Toyota sul tetto del mondo
So che potrà sembrare anacronistico, ma oggi più che mai mi rendo conto che, transitare per primi sul traguardo ed imporsi in una corsa, non sono esattamente la stessa cosa. Certo in entrambi i casi si ottiene la vittoria, che in ultima analisi e senza tanti sentimentalismi è il risultato più ambito ed importante che anela raggiungere chi investe risorse ed energie nell’automobilismo, ma a ben vedere soltanto nel secondo caso ci si ottiene un risultato che viene scolpito nella memoria. Me ne sono reso conto quando poco dopo le 16:00 di domenica ho immortalato la Toyota di Kobayashi transitare trionfalmente sotto la bandiera a scacchi ed ho pensato che finalmente la Toyota era riuscita a sfatare il tabu che la vedeva incapace di vincere sul circuito della Sarthe: e, quanto è peggio, per rendermi conto dell’errore che stavo commettendo c’è voluto ben più di qualche secondo. Quando poi, passata l’amnesia, mi sono reso conto che nel periodo 2018-2022 il marchio dei tre ellissi aveva conquistato ben cinque vittorie consecutive, ho realizzato come la scarsa competitività dei contendenti dell’epoca avesse reso troppo scontate le vittorie giapponesi e quindi erroneamente trascurabili. Perché una vittoria rappresenta il premio per tutti gli sforzi, umani ed economici, profusi per il suo raggiungimento, ed è innegabile che per Toyota abbia avuto un valore ancora maggiore viste le difficoltà che ha dovuto affrontare per raggiungerla. Ma non possiamo neppure negare che in quattro occasioni quelle vittorie erano arrivate addirittura con una doppietta ed i distacchi sul traguardo degli avversari erano variati dai 4 agli addirittura 12 giri, segnale di un dominio imbarazzante che stava rischiando di mettere addirittura in crisi la categoria.
Quest’anno le cose sono andate diversamente: la Toyota è riuscita finalmente ad imporsi di fronte ad un nutrissimo numero di avversari blasonati, decretando il diritto ad entrare nell’olimpo dei grandi dell’endurance ma, soprattutto, nella memoria dei tantissimi appassionati che, in presenza o davanti allo schermo, hanno seguito la novantaquattresima edizione della classica francese. Un numero quest’ultimo in continua crescita, arrivato quest’anno alla cifra record di 350.000 presenze in pista nel corso del week-end, ad evidenziare lo stato di salute della categoria e che dovrebbe fungere da incentivo alla conferma dei contratti che legano ACO e FIA, giunti quest’anno a scadenza.
Una vittoria quella della Toyota numero 7 figlia di un prototipo nato bene, come d’altronde si era già visto al debutto di Imola, e di una gestione di gara impeccabile che ha permesso ad entrambe le hypercar di recuperare dopo i rallentamenti causati da problemi occorsi al sensore di un semiasse e da una foratura. Da questo punto di vista, fondamentare è stata la lettura delle Safetycar, che hanno ricompattato il gruppo a più riprese, permettendo ad entrambi gli equipaggi di recuperare il tempo perduto, issandosi ai vertici della classifica. A conferma di quanto abbia influito la gestione dai box di David Floury e dei suoi uomini, non va dimenticato che le due vetture sono partite dalla settima e ottava fila, ritrovandosi imbrigliati nel traffico anche a causa di un assetto che privilegiava la guidabilità nei tratti misti alla velocità in rettilineo, problema cui si è posto rimedio anticipando la prima sosta ai box. Durante la gara, a fronte dei 382 giri percorsi, animati da ben 48 passaggi di testimone della prima posizione, la Toyota n.8 ha condotto per 74 giri mentre quella vincitrice addirittura soltanto 44, tutti peraltro nelle ultime due ore di gara. Numeri che evidenziano un successo costruito con pazienza nel corso di tutte le 24 ore e non frutto di una evidente superiorità tecnica: gli avversari da questo punto di vista avevano fatto molto meglio con la Cadillac di Deletraz/Stevens/Nato, poi giunta quarta, che aveva condotto per 128 giri, e la BMW di Frijns-Rast-Van der Linde, seconda, per 79.
Proprio la BMW è stata la grande sconfitta della gara nonostante la Pole ottenuta in giovedì: cosi come a Spa, complice un BoP con tutta probabilità favorevole, le Hypercar tedesche sono state protagoniste indiscusse del fine settimana, conquistando con la numero 20 la piazza d’onore a soli 10 secondi dai vincitori mentre la gemella di Magnussen-Marciello-Vanthoor è stata costretta al ritiro a causa di un incidente occorsogli nella seconda parte di gara, essendo risultata si veloce ma mai davvero protagonista. Un passaggio di testimone, quello tra Toyota e BMW che si attendeva dal lontano 1999, quando a vincere erano stati i tedeschi davanti alle iconiche GT-One. Grande Sconfitta invece la Cadillac, velocissima ma afflitta da troppi problemi oltreché rallentata da scelte strategiche non sempre ineccepibili: le speranze di Bourdais di conquistare la gara di casa si sono infrante di fronte ai problemi di servosterzo accusati durante la notte, proprio quando il francese si era arrampicato sino in vetta alla classifica. Certo il quarto posto della numero 18 a soli 30 secondi dai vincitori potrebbe apparire un buon risultato, soprattutto se rapportato a quanto avvenuto negli anni passati ma, onestamente il piatto questa volta era decisamente più ricco per i colori americani.
Molto meno interessante la gara per gli altri marchi: se si esclude la Peugeot, in evidente difficolta nel corso dell’intera settimana e finita, come previsto dopo le prove, a fare da fanalino di coda al gruppo delle Hypercar, per gli altri si è trattata di un’esperienza poco gratificante. Ferrari, in attesa delle novità promesse per il 2027 e limitata dalla scarsa velocità sul dritto, ha limitato i danni con un ottimo quinto posto di Pier Guidi-Calado-Giovinazzi e un settimo con Hanson-Ye-Kubica, ultimo equipaggio, peraltro, a finire a pieni giri. Tra le due Hypercar del cavallino rampante è giunta la Alpine di Da Costa-Milesi-Habsburg, che ha concluso con un risultato senza infamia e senza lode la sua avventura a Le Mans, durata ben sette anni: si resta nella speranza che il colosso cinese Geely concluda le trattative di acquisto delle A424 entro il 26 novembre, data ultima per l’iscrizione al campionato 2027, permettendoci così di rivederle sul circuito della Sarthe nei prossimi anni. Aston Martin e Ginetta non sono invece riuscite a ripetere le belle prestazioni delle prove, limitandosi ad una gara di conserva che le ha permesso di ottenere rispettivamente l’ottavo e il tredicesimo posto finale.
Decisamente ricca di colpi di scena la gara in P2, dove i favoriti della vigilia, Pin-Andlauer-Verschoor hanno condotto stabilmente fino a quattro ore dal termine quando sono letteralmente esplosi i freni dell’Oreca portata in pista dal team Duqueine, costringendoli ad un mesto ritiro. A prendere la testa della gara sono state allora i due prototipi dell’Inter Europol Competition, che hanno centrato una splendida doppietta contenento un ultimo disperato tentativo di recupero da parte di Rousset-Masson-Gray, campioni in carica della ELMS. A concludere primi sul traguardo, così come voluto dal team, sono stati Smiechowski-Dillmann-Yelloly, precedendo i compagni Garg-De Gérus-Müller.
Uno sguardo infine alle GT, dove per l’ennesima volta ha dominato la Corvette di Keating-Edgar-Catsburg, che ha concluso con un giro di vantaggio sulla rigenerata Lexus di Van Rompuy-David-Hawksworth e alla Aston Martin di Newell-Barrichello-Adam. Decisamente da dimenticare questa 24 ore per le McLaren e, ancora una volta, per le Mercedes, mentre va segnalato il ritiro, mentre erano in lotta per la vittoria, della Aston di James-Robichon-Drudi a causa di un problema al cambio e delle due Porsche, attese tra le favorite.
